tonino, russo, camera, partito democratico, pd, sicilia, palermo Non fate di Berlinguer una “frite” | toninorusso | blogpdnetwork
.
Annunci online

Il diario di Tonino Russo, parlamentare nazionale del PD

11 giugno 2010
Non fate di Berlinguer una “frite”
“Nella padella l’olio è sparso, piano, liscio, insonoro (appena un po’ di vapore): una specie di materia prima. Gettatevi un pezzo di patata: è come un’esca lanciata ad animali che dormono con un occhio solo, ma che in realtà stanno in agguato: tutti si precipitano, circondano, attaccano rumorosamente; è un banchetto vorace. Il pezzetto di patata è accerchiato: non distrutto, ma indurito, rosolato, caramellato: diventa un oggetto: una patata fritta”.
Mi capita, spesso, di pensare a questa riflessione di Roland Barthes quando sento parlare di Enrico Berlinguer. Perché da 26 anni, da quel lontano 11 giugno 1984, molti si sono precipitati su di lui come come fa l’olio su una patata fritta, trasformandolo in oggetto indurito, rosolato, caramellato.  
Mi riferisco non alle passioni vissute e ai discorsi appassionati della gente comune, quella che amava e rispettava Enrico. Ma ad una certa politica, quella con un occhio solo, che negli anni lo ha citato, lo ha raccontato e lo ha utilizzato spesso come esca per giustificare politiche spesso ingiustificabili.  Con frasi fatte e luoghi comuni.
E così la sua intransigente fragilità, il suo rigore, la sua moralità, la sua pazienza, fatica e tenacia sono diventati il pasto prediletto di classi dirigenti voraci e nel contempo deboli. Soprattutto in Sicilia, Isola affamata di buona politica perché affamata dalla cattiva politica.
Quand’è morto Enrico Berlinguer io avevo 13 anni. Scrisse Paolo Volponi: “E’ caduto sul lavoro come un muratoretto meridionale dall’alto di una impalcatura”. Sì, caduto sul lavoro mentre cercava di costruire e consegnarci un’Italia migliore.
Per quanto fossi ragazzino ricordo quel giorno come fosse oggi. Con mio padre, al termine del lavoro in falegnameria, andammo alla sezione del Pci di chiasso Cavallaro, a Monreale. Mi recavo lì per la prima volta e non nel momento più felice. Ricordo le lacrime dei compagni davanti alla tv che dava le immagini in bianco e nero di una passione collettiva.
E ricordo che fissai lo sguardo su una foto, questa volta a colori. Probabilmente perché immaginai che quel muratoretto caduto dall’impalcatura avesse trovato miracolosamente le braccia aperte di Roberto Benigni ad accoglierlo e a salvarlo. Un lieto fine, come nei film.
Scrisse Benigni: “Caro Enrico, troppo presto, morire a sessantadue anni e come nascere a ventiquattro mesi: uno non ci crede”.
Infatti, Roberto, uno non ci crede. Mia figlia, per esempio, è nata a nove mesi. Proprio l’11 giugno, ma di due anni fa.
A Costanza, quando tra qualche anno mi chiederà di Enrico, le dirò soltanto, facendo attenzione a non trasformarlo in una “frite”, che gli ho voluto bene. 

sfoglia maggio